Gli avevo detto: “Bertu, mi piacerebbe incominciare a scolpire”. Detto fatto; il venerdì della medesima settimana alle 21 in punto, scortato dal mio vecchio amico, arrivai in quel di Valdellatorre, sistemai la macchina in un bel parcheggio grande e mi avvicinai alla soglia di un locale dal quale provenivano dei rumori attutiti.

Aperta la porta, vidi una quindicina di individui più o meno longocriniti che, con dei cosi appuntiti in mano, si agitavano attorno a dei banconi graffiando dei poveri pezzi di legno innocenti. Una buona metà di loro, non contenti, li percuoteva selvaggiamente con degli aggeggi di legno, che parevano dei pestelli; ovviamente, quelli non potevano difendersi e loro li ferivano con degli attrezzi che assomigliavano in modo inquietante a degli “scalpri” degni dell’ottimo Torquemada.

Il rumore c’era: è innegabile: però non uno strepito fastidioso che aggrediva i timpani, ma un buon rumore di legno contro legno che ricordava un cantiere navale medievale con i mastri d’ascia che rastremavano tavole o scolpivano polene; l’impressione era rafforzata dall’ottimo profumo di legno che aleggiava in tutto il grande locale.

Dopo questo impatto, per altro non troppo preoccupante, un maestro prese una tavoletta sulla quale disegnò due linee rettilinee parallele e due, anch’esse parallele, ad “S” lunghe una trentina di centimetri, mi consegnò il tutto dicendomi di incidere tra le tracce un solco profondo almeno un centimetro senza uscire dai segni ed allo scopo mi consegnò un istrumento che appresi essere una sgorbia e dopo avermi spiegato come impugnare l’attrezzo senza amputarmi una falange ed avermi esortato a fare attenzione perché il coso era affilato come un rasoio, mi abbandonò al mio destino. Ogni tanto qualcuno veniva a vedere il corso d’opera dandomi consigli, ma in generale come giusto, dovetti aggiustarmi da solo. Dopo tre orette di tribolazioni e dopo aver finito le tracce, i maestri decretarono che come scultore, pur non essendo nemmeno paragonabile alla turca sulla quale Donatello andava ad espletare le proprie necessarie funzioni corporali, vi erano tuttavia consolanti possibilità di miglioramento per cui se fossi tornato non mi avrebbero scacciato percuotendomi con dei topi morti.

In tutto questo contesto occorre dire che verso le 23, di comune accordo, si sospesero le ostilità perché qualche anima pia aveva portato qualcosa da mangiare e tutti, compreso il sottoscritto che fu invitato al simposio,  smisero di muovere le loro sgorbie per muovere invece le mascelle fino al completo esaurimento di tutto il contenuto dei vassoi. Nel contempo, fu visitato con partecipazione anche il contenuto di qualche bottiglia che per caso si trovava a transitare in quelle lande.

Verso mezzanotte, dopo aver ramazzato bene i trucioli, la seduta si sciolse con il consueto voto di plauso  e tutti abbandonarono la posizione per andare ad attestarsi sulle linee precedentemente approntate.

Naturalmente, viste le premesse,  non mi restava che continuare l’intrapresa e la settimana successiva tornai. Mi fu consegnato un asse di legno grande come una tavola votiva, un lucido con disegnato il paesaggio da scolpire, della carta carbone, poi mi fu indicata l’ubicazione dei ferri, le istruzioni per usarli senza uccidermi ed un tavolo sul quale lavorare; ma questa è un’altra storia …


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